Siamo insegnanti e insegniamo storia dell’arte. Ogni giorno entriamo in classe e invitiamo gli adulti di domani a guardarsi intorno, nel reticolo delle nostre città, nei piccoli borghi, alla fine di una strada di campagna, nei mille musei di questo meraviglioso paese, per riconoscere l’arte e ascoltare quello che ha da dire del nostro passato e del nostro futuro.

Il nostro compito, dunque, non è quello di limitarci a trasmettere i concetti di antico o di moderno, il nostro compito è molto più bello, arduo e significativo: attraverso la ricostruzione storica di epoche, noi docenti aiutiamo ad individuare le variazioni di forme e di stili, in uno studio comparato che trascina con sé storia, filosofia e letteratura e riconsegna le tracce di tutte le civiltà che si sono susseguite nei secoli.

Attraverso espressioni, opere ed artisti noi tentiamo di trasmettere la globalità del mondo e di restituirne allo stesso tempo l’unicità. Un’unicità che si traduce anche nei singoli luoghi, dove si vive e si opera e di cui i nostri alunni sono chiamati a rintracciarne le radici, affinché abbiano sempre contezza dell’immenso patrimonio artistico che li circonda e del profondo senso sotteso alla parola “bene” culturale.

Nonostante il progressivo impoverimento della cultura umanistica e la continua marginalizzazione che ogni giorno subisce la nostra disciplina nelle scuole secondarie di II grado, con passione e dedizione cerchiamo di insegnare alle generazioni future che la storia dell’arte è prima di tutto una “storia” che ci identifica e riconosce e che definisce con dinamismo, vitalità e forse con un po’ di nostalgia, chi siamo stati, chi siamo oggi e chi vorremmo essere.

Non fu per un’astratta bellezza, ma in funzione della cittadinanza, del potere o della fede, che si innalzarono palazzi e cattedrali; non fu per provocare estasi estetiche, ma per esprimere, in dialogo con i concittadini, pensieri sulla vita, sul mondo e sul divino, che Michelangelo o Caravaggio posero mano al pennello o allo scalpello. E se le nostre città sono belle (quando ancora lo sono), è perché sorsero per la vita civile, come uno spazio entro il quale lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo. (Salvatore Settis, da Repubblica, 16 settembre 2015).

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